Nuovo libro!

È uscito il mio nuovo libro, In caso di spontaneità, edito da E/O.
Lo potete trovare in libreria e online. Online trovate anche la versione e-book, in libreria sarete più fortunati chiedendo quella cartacea, ma non sarò certo io a dirvi cosa dovete chiedere e a chi (sarebbe stato più preciso "non sarò certo io a dirvi in che formato dovete chiedere il cosa-dovete-chiedere, e a chi", ma ok), per esempio ieri Smarties me l'ha fatto trovare in versione poster, volantino, proiezione e torta.
Per il resto, niente, non credo di essere mai stato così emozionato per l'uscita di un mio libro, però questa volta è così, lo sono; sarà che lo amo in tutto e per tutto, dalla copertina con On the banks of broken worlds di Andy Kehoe, al titolo, passando per, ovviamente, quello che c'è dentro: i racconti.
Bene. Per adesso questo. Vi metto fronte e retro (che già conoscete, suppongo) e alcuni link qui sotto, poi fatemi sapere.




La vita ricordata

Manipolarsi, qui.

Il mouse funziona

Mouse wireless per PC:

- Ennesimo utilizzo su PC: inserisco la chiavetta USB wireless nel PC, il PC comincia a ravanare (credo sia il termine tecnico), provo a muovere il mouse: morto. Il PC mi avvisa che è in corso la ricerca dei driver di un nuovo (misterioso) componente hardware (ovviamente già installato), provo a muovere il mouse: morto. Attendo. Il PC mi dice che non ha trovato i driver del misterioso componente hardware, mi chiede se deve cercarli in rete, gli dico di no, lui prova a cercarli in rete però non trova la rete, mi chiede se voglio installare una scheda di rete, gli dico di no, mi dice che conosce un PC che conosce un tizio che potrebbe vendermi una scheda di rete a un prezzo di favore, se voglio contattarlo, gli dico di no, chiede di essere riavviato per fare il punto della situazione, gli dico di no, mi chiede se sono sicuro di no, gli dico di sì, mi chiede se nel senso che voglio riavviarlo, gli dico di no, lui si incricca per rappresaglia per due minuti, poi si sblocca e comincia una ricerca dei driver all'interno di sé. Provo a muovere il mouse: morto. Accendo e spengo il mouse: funziona. Il PC intanto continua la sua ricerca di driver e la conclude informandomi che non ha trovato nessun driver e che non sarà possibile usare il mouse. Uso il mouse per dirgli ok, lo terrò presente. Lui mi chiede se sono sicuro. Di cosa?, gli dico. Così, in generale, mi dice. Sì, gli dico, e uso il mouse non funzionante per spegnerlo.
- Ennesimo utilizzo su Mac: penso di staccare la chiavetta USB wireless dal PC per trasferirla su Mac. Il mouse funziona.

McCarthy

«Tu non mi crederai».
«Contapalle come sei probabilmente no».
«Qualcuno si è scopato i miei cocomeri».
«Cosa?».
«Ti ho detto che qualcuno si è...».
«No. No. Per favore. Al diavolo te e la tua mente malata».
«Ti dico che...».
«Non voglio sentire».
«Guarda un po' qua».
«E qua».
Costeggiarono il filare più esterno del campo. Lui si fermò a dare un colpetto a un'anguria con la punta del piede. Le vespe ronzavano rabbiose nella poltiglia. Alcuni frutti erano stati massacrati da parecchio e giacevano molli e marcescenti, grinzosi e quasi decomposti.
«Sembrerebbe proprio così, eh?».
«Ti dico che l'ho visto. Quando si è calato le brache non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Anche quando ho visto quello che faceva, non ci potevo credere. Eppure guarda lì».
«Cosa pensi di fare?».
«Diavolo, non so. Ormai è un po’ tardi per fare qualcosa. Si è chiavato quasi tutto il campo, cazzo. Non poteva farsene bastare uno. O un paio, toh».
«Be’, si sentirà un playboy. Un po’ come un marinaio in un bordello».
«Forse non gli andava l’idea di essere morso da una vespa sulla punta dell’uccello. E in questo mi pare dimostri un certo buonsenso».
«Cos'era, un ragazzotto?».
«Non so quanto era giovane, ma era da un pezzo che non ne vedevo uno darci dentro a quel modo».
«Be'. Non credo tornerà».
«Non so. Uno veloce come lui può tranquillamente andare dove gli gira. A rubare o altro».
«E se torna?».
«Se torna lo prendo».
[...]
Finalmente venne a piovere. Piovve un intero pomeriggio e al crepuscolo l'erba bruciata era sommersa dall'acqua e continuò a piovere fino a notte fonda. Quando lasciò la casa aveva smesso e il cielo si stava aprendo, ma non gli andava di tornare indietro.
Aspettò a lungo ai margini del campo, un occhio alla casa e l'orecchio teso. Dal folto del grano lo videro passare, magro e spigoloso, un virgulto sbavante tra i rampicanti al chiaro di luna, sopra l’azzurro ombroso dell’arata terra esitva. Si afferrarono il braccio l’un l’altro.
«È lui».
«Me lo auguro. Non sopporterei l’idea che ce n’è due».

(Suttree - McCarthy)

Dottor Spugna

Una normale telefonata dell’editor di Manganelli a Manganelli:

«Buongiorno, dottor Manganelli».
«Dottor?!».
«Santità».
«Continua, spurgo».
«Rileggendo una sua frase, questa settimana, ho avuto un... cioè, avrei una proposta, un umile commento, diciamo».
«Che frase, emerito nonché accidentale ascesso ontologico che non sei altro?».
«Questa: "Sul vacuo turpitume escrescienziale il novero adepto qual plumbeo tecnicolor spugna"».
«Magnifica. Rileggila».
«Pensavo che...».
«Rileggila ho detto!».
«Ehm... sì: "Sul vacuo turpitume escrescienziale il novero adepto qual plumbeo tecnicolor spugna"».
«Magnifica. E allora, razza di bolo di liquor viscero?».
«Cioè... toglierei quel... quel "spugna"».
«...».
«Santità?».
(Suonando a un organetto un drammatico accordo) «ORSU’! ORTU’! RE ORTU’! ORTRUGO! ORPELLO ESCREMENTIZIO! DEFECATOIO CHE NON SEI ALTERO! COME A TE RIGAGNOLO DI SPERMA RANCIDO CONCEDI LA PERMISSIONE DI DAR DILUCOLO A UN FLATULO PSEUDOPENSIER DI ALTERAMENTO AL MIO OPUS MAGNUS!».
«No... è che... mi scusi, maestro... ma pensavo che...».
«Ma sì, togliamolo. Non so da dove sia uscito. Alcuni dadi alfabetici devono esser caduti sul componiere mentre la domestica spolverava».
«Lo tolgo, allora?».
«No, spostalo».
«Lo sposto?».
«Lo sposti».
«E... dove?».
«All’inizio».
«Della frase?».
«DELLA FRASE?!». (Rivolto all’organetto) «CONTRAPUNCTUS! VIENI, PRESTO!». (Si ode un trafelato cigolio di rotelline, poi il solito accordo drammatico) «SPECIES DI VENEFICO SMEGMA DI STERCORARIO! TI PARE CHE LA FRASE spugna sul vacuo turpitume escrescienziale il novero adepto qual plumbeo tecnicolor ABBIA SENSO?!».
«In effetti no, sono sincero. All’inizio del libro, allora? Come incipit?».
«No, prima».
«Prima?».
«Prima. Cosa c’è prima?»
«Il titolo».
«E prima?».
«C’è il suo nome, maestro».
«Ecco, mettilo lì».
«Spugna Giorgio Manganelli? È sicuro?».
«...».
«Maestro?».
«No. Togli Giorgio Manganelli. Lascia solo Spugna».
«Ma... dottor Manganelli...».
«Spugna!».
«Sì. Dottor Spugna...»
«Sì, così».

Yo-yo

Ieri mi sono arrivate le prime copie del libro. (Come detto, l'uscita è fissata per mercoledì prossimo.)
Smarties ne ha presa una, si è messa sul divano e ha cominciato a leggerlo; io ne ho presa un'altra, mi sono messo sul divano e ho cominciato a seguire lei che lo leggeva.
Abbiamo fatto un paio di foto, copertina e retro.



Vi piace? A noi piace molto.

(Domenica invece ho chiesto a Jisus: Jisus, come si intitola il mio libro? Silenzio. La casa editrice? E lei: Eyo...yo? Allora io: almeno come si chiama l'autore lo sai? Nel frattempo mio padre la guardava e sorrideva, beandosi della sua figuraccia ma probabilmente pensando: per fortuna che sta interrogando lei! E, comunque, se avessi interrogato lui, lui ne sarebbe uscito al solito modo, ovvero senza rispondere ma guardandomi con un'espressione di ovvia superiorità e dicendo infine: Mauro, l'importante è che lo sappia tu.)

Non *quel* Steve McQueen

Tempo fa ho visto Shame, il film del regista Steve McQueen.
Qui apro una breve parentesi sul fatto che, mi sono reso conto, non ho idea di chi, tra i personaggi famosi, tra certi personaggi famosi, sia effettivamente morto e chi effettivamente vivo. Per esempio leggo: “Muore la Thatcher”. Reazione: «Era viva?!». Oppure leggo: «Dieci anni dalla scomparsa di Cossiga». Reazione: «Era morto?!». Perciò quando ho letto che il regista di Shame era Steve McQueen sono rimasto zitto per evitare figuracce, ma dentro di me ho pensato: «Quel Steve McQueen?». Ma ovviamente no. Chiusa parentesi.
Be’, in Shame, come quasi certamente saprete, si vede questo tizio nudo con il pene ballonzolante per tutto il tempo, il che ovviamente mi è sembrato giusto, un film sul sesso – se era sul sesso –, che si intitola Shame, eccetera. Il problema erano semmai: la noia; i lunghi silenzi ingiustificati; il non giustificato non succedere niente; la ricerca di immagini e inquadrature artistiche; il non dire niente o, se preferite, il dire niente di speciale, un niente di speciale molto breve ma in un tempo molto lungo. Però, insomma, nessun problema, mi sono addormentato.
Tempo dopo guardo Hunger, sempre di Steve McQueen. «Di che parla?» chiedo a Smarties. Smarties legge la trama: carcere, terroristi, prigionieri politici, eccetera. Bene, guardiamolo. E qui, un film sul carcere, uomini nudi (lo stesso uomo nudo, tra gli altri) e peni ballonzolanti. Mmm, penso. Anche in questo caso, il problema è un altro: la noia; i lunghi silenzi ingiustificati, eccetera. Soprattutto il problema è: il film non ci trasmette niente, roba già vista, fatta da altri, meglio. A un certo punto, per fare un esempio, c’è la scena di un poliziotto che lava il corridoio della prigione dal piscio dei prigionieri. In silenzio. Comincia a lavare dal fondo, il corridoio è molto lungo. Smarties si gira e mi fa: «Se lo lava tutto, mi suicido». E io dico: «Ma figurati se lo fa vedere tutto». E invece. Motivo? Nessuno. Emozioni trasmesse: nessuna, assenza di emozioni, al massimo noia e irritazione per: il regista di film sui carcerati, i film sui carcerati, i carcerati, i poliziotti, gli attori, la pipì, i detersivi.
Allora io e Smarties cominciamo a simulare un dialogo tra Steve McQueen – non quel Steve McQueen – e il suo aiutoregista, John, al momento di realizzare Hunger.

- Allora, John, facciamo un film sui carcerati, sai la faccenda dei prigionieri politici, gli scioperi della fame, eccetera.
- Sì, signor Steve McQueen.
- Ok. Allora. Scrivi: dieci minuti inquadratura fissa uomo che fa colazione.
- Sì.
- Dieci minuti inquadratura fissa prigioniero che si spoglia.
- Sì.
- Dieci minuti prigioniero inquadratura fissa che sta in cella con altro prigioniero.
- Sì.
- Dieci minuti poliziotti inquadratura fissa che picchiano prigionieri.
- Sì.
- Dieci minuti inquadratura fissa prigionieri che parlano con finti parenti e si scambiano bigliettini.
- Sì.
- A quanto siamo?
- Mi faccia vedere... quaranta minuti, signore.
- E quanto dura un film, di solito?
- Almeno un’ora e mezzo.
- Ok. Mm. Trenta minuti dialogo intelligente tra prigioniero e prete.
- Ok. Il dialogo intelligente chi lo scrive?
- Che ci vuole.
- Ok.
- A quanto siamo?
- Settanta minuti. Ne mancano venti.
- Ok. Venti minuti uomo che dimagrisce e muore.
- Fatto.
- Ah, John.
- Sì?
- I prigionieri devono essere sempre nudi.
- Eh sì, lo so. La sciopero delle coperte, no?
- Eh?

Poi ci siamo immaginati un’intervista con un giornalista sul prossimo film:

- Signor Steve McQueen, nei suoi film ci sono sempre uomini nudi. Qualcuno dice che lei è gay.
- Be, qualcuno dice che anche lei è gay.
- Davvero? E chi?
- Io. (Prende un telefono, risponde qualcuno) John? Lo sai che il giornalista Ronald White è gay? Sì, davvero. Incredibile, no? (Chiude il telefono) Visto?
- Capisco.
- Comunque non è vero, ma li lascio dire, la cosa non mi disturba.
- Non la disrturba perché è gay.
- Esatto.
- Parliamo del suo nuovo film.
- Sì.
- Cold.
- Sì.
- Le piacciono i titoli, come dire...
- Sì.
- Brevi.
- Sì.
- Ecco, il film parla di un gruppo di uomini che cercano un’impresa mai riuscita prima.
- Esatto.
- Scalare il K2 senza bombole di ossigeno...
- Sì.
- Senza scarponi...
- Sì.
- Senza attrezzatura...
- Sì.
- E... nudi.
- Precisamente.
- Il film ha suscitato molto scandalo perché questi uomini sono sempre nudi, con i peni di fuori.
- Viviamo in una società un po’ bigotta...
- Più che altro, sa, sul K2, con meno cinquanta...
- Cosa?
- Va bene, niente. Ha qualche altro progetto in cantiere?
- Sì, ovvio che ho qualche altro progetto in cantiere.
- Ah, e cosa?
- Space.
- Space.
- Sì, Space.
- E di cosa parla Space, se posso?
- Di un gruppo di astronauti che esplorano Marte alla ricerca delle loro tute spaziali.
- ...

E poi, se abbiamo fortuna, un orso

Ieri mi hanno scritto dalla casa editrice per dirmi che sono arrivate le prime copie di In caso di spontaneità, il mio nuovo libro. Entro un paio di settimane sarà dunque in libreria!
Ecco la descrizione dal sito di E/O:

"I personaggi di questi racconti sono dei completi fallimenti, inutile nasconderlo: soli, deboli, nevrotici e confusi, alla ricerca di un modo per interagire con i presunti simili, senza mai riuscirci. Se non altro non si arrendono. Bene, il messaggio di questo libro è "arrendetevi!". Eccoli non in ordine di apparizione: un'investigatrice scopre di essere il personaggio di un telefilm e decide di approfittare della cosa. Una ragazza dall'abbraccio taumaturgico abbraccia taumaturgicamente il ragazzo sbagliato. Un uomo senza amici vive come in un videogioco. Un impiegato senza opinioni decide di procurarsele. Una donna che non sa dare ordini assume una domestica che non sa riceverne. Un uomo senza determinazione non riesce a iscriversi a un corso per diventare determinati. E poi, se abbiamo fortuna, un orso."

Il premio

Improvvisamente mi sembrò che tutte queste cose – i vestiti, le foto, i racconti storici persino! – fossero importanti. Importanti per procedere nel mio percorso. Alla fine del percorso c’era il premio. Il premio ero io, era me. Trovarsi alla fine del cammino intrapreso all’inizio di sé, pensai. Magnifico.
Ha già pubblicato qualcosa?, chiesi con nonchalance. Ho pubblicato tre romanzi, disse. Mi venne da vomitare, però mantenni la calma. Splendido, dissi, sorridendo. Mentre cercavo di alzare gli angoli della bocca, sentivo il peso della faccia che li schiacciava giù. Ebbi la sensazione di aver prodotto non un sorriso ma una smorfia disgustata. I muscoli della faccia non volevano saperne di collaborare alla produzione di un sorriso che celebrasse il trionfo dello scrittore che avevo di fronte. Ma che cosa sono queste ipocrisie?, pensai. Perché non ti alzi e non lo prendi a calci e non gli fai ingoiare i suoi racconti storici?, pensai. E sognai di farlo. Per un breve, dolce secondo immaginai di farlo, e il mio sorriso divenne sincero.

A chi tocca

Una storiella abbastanza famosa sugli scacchisti è la seguente: durante una partita, due giocatori rimasero per molte ore in assoluto silenzio a fissare la scacchiera, estremamente concentrati, finché uno dei due guardò l’altro e disse: «Ma… a chi tocca?». Forse l’avrete sentita, è divertente.
In realtà, più che una storiella è un fatto vero: capitò nel 1857 durante l’incontro tra Morphy e Paulsen al Primo congresso scacchistico americano, quando le partite di scacchi erano ancora senza limite di tempo e il tutto veniva lasciato alla discrezione dei giocatori.
Nelle ultime due settimane ho trovato in due romanzi – L’esperimento, di Covachic, e L’arcangelo degli scacchi, di Maurensig – un riferimento al sopraccitato incontro e, in modo diretto nel caso di Covacich, in modo indiretto nel caso di Maurensig, all’episodio in questione.
Covacich scrive:

Pensa che, prima dell’introduzione del gioco a tempo, Paulsen e Morphy stettero seduti alla scacchiera per undici ore senza dirsi una parola né fare una mossa. Poi uno dei due, non ricordo più chi, si accorse che toccava a lui.

Mentre Maurensig scrive:

La sensazione che ancora mi rimane del match contro Paulsen è quella di aver colto l’essenza stessa dell’eternità: l’arrestarsi definitivo del tempo, l’incepparsi del meccanismo che regola il moto universale. Solo di recente si sono escogitati dei sistemi per limitare le interminabili elucubrazioni dei giocatori, ma allora tutto era affidato alla discrezione dei contendenti.

A onor del vero, le cose sono andate in modo leggermente diverso da come racconta il personaggio del libro di Covacich, e nemmeno la ricostruzione in prima persona di Morphy scritta da Maurensig sembra rendere giustizia all’episodio, dal momento che Morphy, lungi dal sentirsi in vena di poetare sull’arrestarsi del tempo e sull’essenza stessa dell’eternità, andò su tutte le furie di fronte all'estenuante lentezza del suo avversario. Morphy, infatti, oltre a essere il più forte giocatore dell'epoca, era anche rapidissimo, quasi un giocatore lampo, tanto che la mossa per la quale pensò di più durante tutto quel torneo fu proprio nella sfida con Paulsen, nella sesta partita: dodici minuti per un sacrificio di donna passato alla storia, e ricordato anche nel libro di Maurensig:

Nella sesta partita, una quattro cavalli, sacrificai la mia regina per un alfiere. Fu un fulmine a ciel sereno! Paulsen impiegò un’ora e mezza di riflessione per decidersi a rispondere. Infine accettò il sacrificio e fu costretto ad abbandonare dopo una lunga serie di mosse forzate.

(Qui, se volete vedere partita e sacrificio. La regina viene sacrificata alla diciassettesima mossa.)

Paulsen, invece, era un giocatore molto, molto lento. Durante la seconda partita, per compiere cinquantasei mosse impiegò più di tredici ore su quindici complessive (il che l'ha fatta entrare nel Guinness dei primati come partita più lenta di sempre). Come detto, Morphy si arrabbiò moltissimo, tanto che da lì in poi pretese l’annotazione del tempo impiegato da ciascun giocatore per effettuare ogni mossa, e questo permette oggi di vedere che della fantomatica mossa da undici ore – o da cinque ore, come dicono altri – non vi è traccia: la mossa per la quale Paulsen usò più tempo nella seconda partita fu la cinquantaduesima, gli richiese un'ora e un quarto, mentre Morphy usò più di cinque minuti soltanto in tre occasioni: sei minuti per la quarantacinquesima, nove per la quarantanovesima, dieci per la cinquantunesima. La terza partita durò undici ore, e in quel caso la mossa più lenta fu di trentasei minuti. La mossa più lunga della sesta partita, quella citata da Maurensig, fu la sedicesima, non la diciassettesima, quando Paulsen impiegò trentotto minuti, non un'ora e mezzo. La quinta partita durò dieci ore, non ho trovato il tempo delle singole mosse, non so se vogliamo approfittare di questa lacuna per pensare che la mossa-da-molte-ore sia avvenuta qui, a me sta bene.
Di sicuro Morphy sapeva perfettamente a chi toccava, ma nonostante ciò attese con estrema pazienza, finché, arrivato al limite della sopportazione, chiese a Paulsen se fosse lecito aspettarsi una mossa in tempi brevi, al che Paulsen, per la gioia di tutti i presenti e di tutti i posteri, rispose: «Ah, tocca a me?». Solo che, a pensarci, di sicuro anche Paulsen sapeva benissimo a chi toccava, dal momento che Morphy rispondeva sempre in pochi minuti. Escludendo che fosse rimbambito, i casi sono: l'episodio non è mai avvenuto, si tratta di una battuta che qualcuno ha fatto sentendo che dei tizi giocavano a scacchi senza orologio, e poi sapete come vanno queste cose, uno fa una battuta, la battuta diventa storia; l'episodio è in parte avvenuto, cioè Paulsen pensava mezz'ora per mossa e a un certo punto, quando ha esagerato, Morphy gli ha chiesto se fosse lecito aspettarsi una mossa in tempi brevi, Paulsen non ha detto niente, ha pensato ancora un po', quindi ha mosso; oppure, che è la mia preferita, sulla mossa da un'ora e un quarto, Morphy, spazientito, ha chiesto a Paulsen se fosse lecito attendersi una mossa in tempi brevi, e Paulsen, per sfotterlo, ha risposto «Ah, tocca a me?». Con grande gioia dei presenti, forse anche di Morphy.

L'omicida

Omicida: Credo che nessuno debba allontanarsi da qui prima che il commissario abbia finito di esaminare il  cadavere.
Commissario: Lei chi è, mi scusi?
Omicida: Io sono l’omicida.
Commissario: Be’, questo lo vedremo.
Omicida: Come, prego?
Commissario: Questo lo vedremo.
Omicida: Che cosa?
Commissario: (Indicando la stazione) Tutto questo.
Omicida: Ah.
Commissario: E comunque lei è commissario?
Omicida: No, io sono omicida, gliel’ho detto.
Commissario: E come può dirlo, se non è commissario? Solo un commissario giudica chi è o chi non è omicida. Anzi lo indica, a dire il vero. Perciò aria, si allontani.
Omicida: Mi allontano?
Commissario: Sì, non resti tra… insomma, nei paraggi.
Omicida: E dove dovrei andare, mi scusi?
Commissario: Dove vuole ma non qui.
Omicida: Ma io abito qui.
Commissario: Qui sul binario sette?
Omicida: Precisamente.
Commissario: Ah, capisco. Be’, questo configurerebbe l’omicidio come un omicidio in seguito a una violazione di domicilio, dunque. Legittima difesa. Potrebbe essere. Lei è già mezzo scagionato.
Omicida: No, guardi, l’ho spinto dalla banchina. Lui se ne stava seduto sulla banchina e…
Commissario: E lei lo ha spinto per che motivo?
Omicida: Per ucciderlo.
Commissario: Sì, ho capito, ma perché voleva ucciderlo? Rancori personali? Una tresca? Soldi?
Omicida: No, solo per ucciderlo. E spingerlo sui binari mi sembrava l’unico modo. Certo non avrei ottenuto il mio scopo offrendogli un tè.
Commissario: Be’, dipende dal tè. Un tè avvelenato avrebbe sortito il medesimo effetto.
Omicida: Intendevo un tè normale.
Commissario: Ma se fosse stato allergico al tè, forse?
Omicida: Intendevo comunque dire che se avessi fatto una cosa non pericolosa o non in grado di provocarne la morte, non avrei ottenuto il mio scopo di ucciderlo.
Commissario: Sì, avevo capito, ma quello che intendevo dire io, caro signore, è che, non potendo sapere tutto, tecnicamente lei avrebbe potuto raggiungere il suo scopo, cioè uccidere il qui presente controllore, in qualunque modo, e, aggiungo, spingendolo sui binari magari non l’avrebbe ucciso affatto.
Omicida: E come?
Commissario: Be’, lei lo ha spinto quando passava il treno, ma molta gente se l’è cavata, voglio dire che è sopravvissuta all’investimento da treno, quindi, paradossalmente, lei avrebbe potuto uccidere il controllore offrendogli un tè e non spingendolo sui binari mentre passava il treno, intendo dire questo.
Omicida: Ma questo è un processo alle intenzioni, mi scusi.
Commissario: Be’, è questo che si fa nei processi, anche, si processano le intenzioni.
Omicida: Comunque non sapevo che facesse il controllore, me ne dispiaccio.
Commissario: Intende dire che non conosceva l’ucciso?
Omicida: Esattamente.
Commissario: E perché voleva ucciderlo?
Omicida: Ancora con queste sciocche domande, commissario? Ma è ovvio: per ucciderlo.
Commissario: Sì, ho capito. Ma perché voleva uccidere una persona che neanche conosceva?
Omicida: Per ucciderla.
Commissario: Lei voleva uccidere una persona.
Omicida: Sì.
Commissario: Così.
Omicida: Sì, così.
Commissario: Giusto per uccidere una persona.
Omicida: No giusto per uccidere una persona, ma per ucciderla, volevo uccidere questa persona qui e ho pensato che, spingendola sotto il treno, l’avrei uccisa.
Commissario: Ma perché voleva uccidere questa persona qui, visto che non la conosceva?
Omicida: Non capisco.
Commissario: Di solito si uccidono le persone che si conoscono.
Omicida: Oh, davvero?
Commissario: Eh sì.
Omicida: Prima di ucciderlo mi sono presentato.
Commissario: Visto?
Omicida: Però io, guardi, volendo uccidere una persona, preferisco ucciderne una che non conosco. Le persone che conosco, poi, se le uccido, mi spiace, ne sentirei la mancanza o mi sentirei in colpa, quindi mi sembra molto più logico uccidere una persona che non conosco, non le pare?
Commissario: Sì, ho capito quello che intende dire, ma quello che intendevo dire io è che di solito si uccidono le persone che si conoscono perché sono le persone che più facilmente danno motivi per essere uccise, per farsi uccidere, la conoscenza di queste persone porta in certi casi a far sentire necessaria la loro uccisione, mentre quasi mai uno vuole uccidere una persona che non conosce, a meno che non sia un sicario o un pazzo, è chiaro? O tutt’e due le cose.
Omicida: Un sicario pazzo?
Commissario: Esatto. Ma lei affiderebbe il suo lavoro, un lavoro tanto delicato, peraltro, a un sicario pazzo?
Omicida: Lei argomenta splendidamente a favore della ragionevolezza degli omicidi, sa? Prima la storia che si uccidono le persone per un motivo, poi la storia che si uccidono le persone che si conoscono, ora la storia che un sicario, cioè uno che uccide per mestiere, regolarmente, più persone al giorno, debba essere sano di mente. Non sarà che il suo lavoro, alla fine, con quel fatto di dover pensare come pensano gli assassini per catturare questi assassini, alla fine, dicevo, non sarà che il suo lavoro l’ha portata a condividerne i gusti e le intenzioni, signor commissario? A fare di lei un assassino?
Commissario: Mio caro, le sto solo dicendo quello che l’esperienza mi ha insegnato, e l’esperienza mi ha insegnato che lei potrà anche aver ucciso una persona che non conosceva solo per ucciderla, ma, se indaghiamo, che è quello che sto cercando di fare, arriveremo a capire il perché, visto che nessuno uccide per uccidere e basta, a meno che lei non sia folle, ma io non credo che lei sia folle, e allora credo che lei potrebbe essere un sicario, magari dilettante, e aver ucciso per conto di qualcuno che ora cerca di proteggere.
Omicida: Questa è la sua ricostruzione?
Commissario: È una possibilità, sì.
Omicida: Guardi, io non sto proteggendo nessuno, passavo da queste parti e ho visto questa persona che aspettava il treno e l’ho spinta per ucciderla.
Commissario: Ah, un raptus!
Omicida: No, affatto: sono uscito di casa con questo intento.
Commissario: Ma se ha detto che passava da queste parti!
Omicida: Certo! Per venirci! Come potevo andare in stazione senza passare da queste parti, mi scusi? Lei riesce a andare nei luoghi senza passare dalle parti di quei luoghi?
Commissario: Quando ci vado in elicottero.
Omicida: Anche le parti sopra e sotto ai luoghi sono parti dalle parti dei luoghi.
Commissario: Resta comunque il fatto che lei ha detto che passava da queste parti e ha visto questa persona e l’ha spinta sotto il treno.
Omicida: Perché secondo lei come potevo spingerla senza vederla, mi scusi? Lei pretende che io spinga una persona sotto il treno senza venire in stazione e senza vederla, non le pare un po’ stramba, come pretesa?
Commissario: (Prendendolo per il bavero, agitandosi) Ma come ha fatto a partire da casa con l’idea di spingere sotto il treno una persona che ancora non conosceva?!
Omicida: (Prendendolo per il bavero, calmo) In che senso, mi scusi?
Commissario: (Lasciando il bavero e ricomponendolo) Come ha fatto, dico, da casa sua, dico, a vedere una persona sul binario di questo treno e a pensare di ucciderla?
Omicida: (Lasciando il bavero e ricomponendolo) Abito su questo binario, gliel’ho detto. Non si è appuntato questo dettaglio? Credevo che i commissari si appuntassero tutto.
Commissario: Credevo mi stesse prendendo in giro e, se devo essere sincero…
Omicida: Ma lei non deve, commissario.
Commissario: Come?
Omicida: Lei non deve essere sincero, lei è un uomo libero, lei è quello che fa le domande, non quello che deve rispondere. Le risposte devono essere sincere ma le domande possono mentire. Lei quindi può essere come vuole, anche insincero, se crede, tanto nessuno crede che un altro sia sincero, così, a prescindere. Dire se devo essere sincero non fa che aumentare il sospetto o che uno non sia mai stato sincero prima, tutte le volte che non ha detto se devo essere sincero prima di dire qualcosa, o adesso mentre lo sta dicendo.
Commissario: Ma era solo un modo di dire.
Omicida: Be’, che novità.
Commissario: Che intende?
Omicida: Lei ha detto: è solo un modo di dire.
Commissario: Sì, è così!
Omicida: Che novità!
Commissario: Cosa?
Omicida: Che una cosa detta sia un modo di dire. Dire una cosa è un modo di dirla, no? Il modo migliore, tra l’altro. Ma su questo potremmo anche discutere, io dicendo le cose che voglio dire, lei, per coerenza, nel modo che secondo lei è il migliore per dirle.
Commissario: Ma che sta dicendo?
Omicida: Sto dicendo che anche uccidere uno sconosciuto è un buon modo per tenersi in allenamento è un modo di dire, commissario.
Commissario: Mai sentito.
Omicida: Anche tre larici non fanno fagotto è un modo di dire.
Commissario: Mai sentito neanche quello.
Omicida: Anche tavolo abc ventisei è un modo di dire.
Commissario: Un modo dire cosa?
Omicida: Un modo di dire quello che ho detto quando l’ho detto, intendevo questo.
Commissario: Caro signore, lei è pazzo, questa la mia nuova ipotesi. Dovrebbe seguirmi al commissariato per ulteriori accertamenti.
Omicida: Credevo di non dover restare nei paraggi.
Commissario: Infatti le ho detto che andiamo al commissariato per accertamenti, il commissariato non è nei paraggi.
Omicida: Ah, magnifico, mi lasci prendere il soprabito.
Commissario: Prego.
Omicida: (Sfilando il soprabito del commissario) Ecco, sì, così… ora anche l’altro braccio… Mi scusi…
Commissario: No, si figuri…
Omicida: Perfetto… come mi sta?
Commissario: Ah, benissimo.
Omicida: Ora mi lasci prendere il cappello.
Commissario: Sì, ma certo, è un suo diritto.
Omicida: Lei è molto gentile, ecco qua. Che altro dovrei prendere?
Commissario: I documenti.
Omicida: Ah, sì… vediamo… nel soprabito non ci sono…
Commissario: Forse li ha messi nella giacca.
Omicida: Sì, quasi certamente è così, li ho messi nella giacca… (Sfilando la giacca del commissario) mi lasci prenderla.
Commissario: Con comodo.
Omicida: Ecco qua. Ma non posso certo presentarmi così, con la giacca senza i pantaloni…
Commissario: Eh eh… no, direi di no, non farebbe una buona impressione, e lei ha un disperato bisogno di fare una buona impressione, mi creda.
Omicida: Sì, infatti. Mi permette di prendere anche i pantaloni e le scarpe, allora? Faccio presto.
Commissario: Certamente.
Omicida: (Siflando al commissario pantaloni e scarpe) Ecco, magnifico. E i documenti dovrebbero essere… sì, eccoli qua, tenga.
Commissario: Bene, vediamo un po’…
Omicida: Faccia con comodo.
Commissario: Ma lei è commissario!
Omicida: Esattamente.
Commissario: Allora potrebbe darmi una mano su questo caso!
Omicida: Perché, anche lei è commissario?
Commissario: Sì, anch’io!
Omicida: Posso vedere un documento che lo attesti, prego?
Commissario: Sì, certo… ecco… però al momento non credo di…
Agente: Che succede qui?
Commissario: Salve, agente.
Omicida: Salvagente.
Agente: Salve. Che succede qui?
Commissario: Tre uomini si stanno presentando.
Omicida: E uno spiega a un altro che cosa sta succedendo, e il terzo spiega sempre a quell’altro che cosa...
Agente: Lei non faccia lo spiritoso.
Commissario: Mi scusi.
Omicida: Mi scusi.
Agente: No, lei lo faccia, invece.
Omicida: Ah, come vuole. Vuole che le racconti una storiella?
Agente: Ah ah, molto divertente. Ma torniamo a lei. Perché è nudo?
Commissario: Sì, be’, è molto semplice…
Agente: Ah sì? Vedremo se il comandante ritardato la penserà allo stesso modo.
Commissario: Che strano nome.
Agente: Lei conosce il comandante Hrtff Pdrghtjllk?
Commissario: Senta, mi lasci spiegare...
Omicida: (Porgendo i documenti) È un pazzo, non lo ascolti. Ecco i miei documenti.
Agente: (Consultando i documenti) Lo vedo che è pazzo, commissario.
Omicida: Lo stavo giusto interrogando.
Agente: Qui la foto non corrisponde.
Omicida: Che intende?
Agente: Che la foto sul suo documento, commissario, non corrisponde alla sua faccia.
Omicida: Oh, è una faccia vecchia.
Agente: Sì, ma dubito che l’età possa cambiare i connotati di una persona fino a questo punto... (Osservando l’uomo nudo) direi invece che somiglia più a questo tizio qui.
Omicida: È per questo che lo stavo interrogando: va spacciandosi per me.
Agente: Ah, ecco.
Omicida: Certo è un pesce piccolo, però se lo torchiamo per bene potremmo risalire a chi vende queste facce false, non crede?
Agente: È a questo che mira la sua indagine?
Omicida: A questo.
Agente: Allora lascio a lei lo squinternato?
Omicida: No, la prego, io ho da risolvere un caso di omicidio.
Agente: Omicidio?
Omicida: Sì, esatto.
Agente: Stia zitto lei. Omicidio?
Commissario: Sì, esatto.
Agente: Stia zitto! Omicidio?
Omicida: Sì, esatto.
Agente: E di chi? Quando? Dove?
Omicida: Non le sfugge niente.
Agente: Mio dio. Ha già qualche sospettato?
Omicida: Certo! Non mi muovo mai senza qualche sospettato, ce li ho nel baule della macchina, ma uno è questo qui.
Agente: Lo sospettavo.
Omicida: Anche lei?
Agente: Sin dal primo momento che l'ho visto.
Omicida: (Rivolgendosi al commissario) Vede? Questo non depone a suo favore, amico mio. (Rivolgendosi all’agente) Allora senta cosa facciamo: lei lo porta al comando di polizia, e io vi raggiungo in un secondo momento.
Agente: Mi sembra una magnifica idea.
Commissario: Ma non posso venirci così, nudo!
Omicida: Anche questo è vero.
Agente: Sì, ha ragione.
Omicida: Certo che ho ragione, agente.
Commissario: Mi lasci prendere il manganello.
Agente: E va bene, lo prenda.
Commissario: (Sfilando il manganello dell’agente) Ecco fatto. (Sfilando la divisa all’agente) E mi lasci prendere la divisa da poliziotto.
Agente: Avanti, si sbrighi.
Commissario: Ecco, così. Prendo la pistola e sono pronto.
Agente: Finalmente.
Commissario: Eccola.
Controllore: Che succede qui?
Omicida: Oh, signor controllore, meno male che è arrivato: quest’uomo, qui, è senza regolare biglietto.
Controllore: È anche nudo, vedo.
Omicida: Be’ questo non la riguarda, a questo penserà il mio fidato agente di polizia, qui. Dico bene, agente?
Commissario: Sì, commissario.
Omicida: Bravo, agente.
Controllore: Lei chi è, mi scusi?
Omicida: Io sono il commissario.
Controllore: Il commissario...?
Omicida: Sì, esatto.
Controllore: No, dicevo, ce l’ha un nome?
Omicida: È questo il mio nome: Il Commissario.
Controllore: Va bene, signor Commissario…
Omicida: Signor Il, la prego, Commissario è il nome.
Controllore: Oh, mi scusi. Va bene, signor Il, lei può andare.
Omicida: Davvero?
Controllore: Sì, certo, io e l’agente… come ha detto che si chiama, lei?
Commissario: Non l’ho detto.
Controllore: Questo è il suo nome?
Commissario: Le sembra un nome?
Controllore: Io mi fido solo dei biglietti. Mi favorisce il suo biglietto, prego?
Commissario: Ho fatto un biglietto elettronico.
Controllore: Allora mi dica la penultima cifra o il penultimo numero del codice di prenotazione.
Commissario: La penultima cifra o il penultimo numero?
Controllore: Mmm... facciamo il penultimo numero.
Commissario: Sei.
Controllore: (Chiudendo gli occhi) ...
Commissario: ...
Controllore: Molto bene. (Rivolgendosi all'omicida) Ora ecco che succede. Io e l’agente, qui... (Indica il commissario) ci occuperemo di questo (Indica l'agente) vagabondo naturista sprovvisto di biglietto.
Agente: Ma io non devo prendere alcun treno!
Controllore: Dicono tutti così! Li fermi a bordo del treno senza biglietto e loro dicono: ma io non devo prendere alcun treno! Anzi minacciano di farti causa perché, tecnicamente, le Ferrovie li stanno sequestrando… così le direttive adesso sono di fermare questi vagabondi sprovvisti di biglietto quando non sono ancora sul treno, quando non sono nemmeno in stazione, se possibile.
Omicida: Ah, ho capito. Be’, là fuori c’è un sacco di gente sprovvista di biglietto, mi pare.
Controllore: Sì, è così. E li prenderemo tutti, glielo giuro.
Omicida: Bene, le auguro un buon lavoro, signor controllore.
Controllore: Grazie, signor Il.
Omicida: Si figuri. Ora devo andare.
Controllore: (Prendendo per un braccio l'Agente) Sì, io porto via questo farabutto pervertito.
Agente: La prego, no, mi lasci andare!
Controllore: Ah ah ah. Avanti, andiamo in Biglietteria!
Agente: La prego!
Controllore: Andiamo! Poche storie!
Agente: E va bene.
Controllore: Bravo.
Agente: Però mi lasci almeno prendere il mio fischietto.
Controllore: Ok, ma faccia presto.

Burroughs

Una iniziazione nazista alle gerarchie delle SS consisteva nel cavare un occhio a un gattino dopo averlo nutrito e coccolato per un mese. Tale esercizio era inteso a cancellare ogni traccia di deleteria pietà e a forgiare il completo Übermensch. C'è in questo un postulato magico assai preciso: l'adepto acquisisce uno status superumano compiendo un qualche atto atroce, rivoltante, subumano. In Marocco, i maghi acquistano potere mangiando i propri escrementi.

(Il gatto in noi - Burroughs)

Effetti

Ho letto sul giornale che, secondo il solito studio fatto nella solita università americana dove non sembrano fare altro che questi soliti studi tesi a confutare verità inconfutabili precedentemente fissate da altri soliti studi di altre solite università di questo genere (quando non le stesse), le bevande zuccherate sono ancora più dannose del fumo di sigaretta, il che naturalmente non avrà il benché minimo effetto sui bevitori di bevande zuccherate ma di sicuro un effetto enorme sui fumatori di sigarette, i quali, dopo aver pensato “Ehi, sentito?! Le sigarette sono meno dannose di una stupida bevanda zuccherata!”, fumeranno di più.

Tranelli

Allora come la mettiamo?, mi chiesi. Non lo so, mi risposi. Sei un completo fallimento?, mi chiesi. Può darsi, mi risposi con simulata sufficienza. Non fare il simulato sufficiente con me, signorino, mi dissi, perché io non ci casco, puoi fregare tutti gli altri, ma non puoi fregare me, cioè te, sarebbe come giocare a scacchi contro se stessi e pensare di potersi tendere un tranello e cascarci, mi dissi, e, sorridendo, mi ritrovai totalmente d’accordo con me stesso, mi strinsi la mano, mi abbracciai e piansi.

Snowing for Columbine

Qualche mese prima che mia madre sposasse mio padre, una sua amica e collega di lavoro in una fabbrica di scatole o non so cosa le presenta una ragazza appena arrivata dal Sud. La ragazza dice di chiamarsi Colombina, mia madre le dice ma che bel nome, Colombina ringrazia.
Dopo qualche risposta di rito a qualche domanda di rito, mia madre, tutta eccitata all’idea del matrimonio, comincia ovviamente a parlare a Colombina del matrimonio, e Colombina ascolta, sorride, annuisce anzi comprende, poi infatti dice: «Anch’io mi devo sposare!», e mia madre le dice: «Ma bellissimo!», e le due si congratulano a vicenda, si baciano e si abbracciano e danzano all'unisono.
«Come si chiama il tuo ragazzo?» chiede mia madre a Colombina.
Colombina dice il nome del suo ragazzo, che si chiama come il ragazzo di mia madre.
Mia madre dice: «Come il mio!».
Colombina è al settimo cielo.
«Ma che bello!» dice a mia madre.
Mia madre allora: «E di cognome?».
Quando Colombina dice il cognome di mio padre, mia madre impallidisce, perde immediatamente la sua gioia partecipativa e il suo altruistico sorriso e, portandosi una mano al petto come se un boccone troppo grande le si fosse appena piantato nell’esofago, balbetta: «Non... non è possibile... quello è il nome del MIO fidanzato!».
Colombina non si scompone e giustamente risponde a mia madre che quello è il nome del SUO fidanzato, non del fidanzato di mia madre.
«Tu menti!» dice allora mia madre, ma Colombina a quel punto mette una mano nella borsetta e sfila un foglio di carta.
«Ecco una lettera del mio fidanzato» dice.
Mia madre osserva il foglio di carta, lo prende e comincia a leggere. Riconosce lo stile e la calligrafia di mio padre alla prima riga e pensa che, se Colombina dalla borsetta avesse sfilato un coltello e gliel'avesse conficcato nel cuore, le avrebbe fatto meno male.
«Che cosa diceva la lettera?» le chiedo.
Mio padre sta ascoltando questa storia con un’espressione che vorrebbe dire: state perdendo il vostro tempo, sciocchi! Mia madre se ne accorge e gli fa un gesto con la mano tesa e le dita unite come a dire: attento a quello che dici, tu. Poi si rivolge a me: «Diceva: "Cara Colombina, sono un ragazzo serio che lavora"».
Guardo mio padre. Lui fa spallucce.
«E poi?» chiedo a mia madre.
«Poi non ricordo» dice lei.
«Come non ricordi? Abbiamo la lettera?».
«No, l’ho ridata a Colombina».
«Ok, gliel’hai ridata. E poi che è successo?».
«Niente, mai più vista».
In quel momento mi rendo conto che, alla centesima volta che sento raccontare questa storia, ancora non so com’è andata a finire. Cioè, lo so: mia madre ha sposato mio padre, e mia madre non si chiama Colombina. Però non so com’è che si è arrivati a questo punto, e mi sembra quasi impossibile aver lasciato correre tutte le volte. Decido quindi di venirne a capo.
«Scusa, come sarebbe mai più vista?» le dico. «Non è credibile, dài. Una ragazza viene dal Sud con una lettera del suo promesso sposo. Dice che si deve sposare. Per puro caso incontra un’altra promessa sposa di un promesso sposo e scopre che si tratta dello stesso promesso sposo, del suo promesso sposo, uno sposo un po' troppo promettente, a quanto pare, quindi le fa leggere una lettera che testimonia, se non altro, visto che il documento è andato perduto, un’effettiva relazione di un qualche tipo con il suddetto promesso sposo, il quale, vorrei far notare, è oggi qui presente ma in modo quantomeno sospetto non si degna di offrire il minimo sostegno verbale o di altro genere alla ricostruzione, a meno che non si voglia considerare quello strano sorriso che si è dipinto in volto da quando abbiamo cominciato. Comunque sia, la lettera viene restituita e la ragazza si arrende e lascia che gli altri due si sposino e torna al suo paese».
«Sì, esatto» dice mia madre.
«Mmm...».
«Cosa?».
«No, niente. Non è credibile».
Mia madre, non sapendo che altro dire, si mette a ridere. Guarda mio padre, che ha la stessa identica espressione di prima: vi perdete in sciocchezze. Poi torna a guardare me.
«Senti, io le ho ridato la lettera e non l’ho mai più vista» mi dice. «E questo è tutto».
A questo punto guardo mio padre. Sì, mio padre, con quella sua arietta di uno che la sa più lunga. Ed è così, penso: lui la sa più lunga. Lui sa esattamente com’è andata la storia. Come si è sbarazzato di Colombina. Colombina va da mia madre, mia madre le dice il tuo promesso sposo è il mio promesso sposo, a questo punto Colombina va quasi certamente da mio padre, Colombina scompare, mio padre e mia madre si sposano. Per qualsiasi altro fidanzato del pianeta Terra (e di molti altri pianeti) sarebbe stata una irriducibile e poderosa spina nel culo, lui invece è riuscito a cavarsela senza in pratica fornire mai nemmeno una risposta: ha sposato mia madre. Colombina non si è mai più presentata a reclamare niente. Né lei né altre. Fine.
«Scusa,» dico allora «è evidente che Colombina è stata liquidata dal suo intervento», e indico mio padre. Mia madre alza le spalle.
«A me non interessa,» dice «mi basta essermelo sposato».
Allora guardo mio padre, e lui mi guarda a sua volta, e mi sorride. Anche mia madre lo guarda, e gli sorride. E lui sorride a lei, e io a loro. Sorridiamo tutti. Per novantanove volte, prima di oggi, la ricostruzione della storia di Colombina si è conclusa qui. Ma non oggi, penso. Non oggi, bello mio.
«Papà?».
«Cosa?».
«Che fine ha fatto Colombina?».
Lui resta in silenzio. Mia madre lo guarda e, per la prima volta in quarantatré anni, sembra rendersi conto della possibilità, oltreché dell’opportunità, di fare una simile domanda.
«Già» dice. «Che fine ha fatto?».
Lui la guarda, non smette di sorridere. Poi, non senza una certa soddisfazione: «Sciolta come neve al sole» dice, e per qualche strana ragione nessuno ha il coraggio di chiedergli se la risposta vada intesa in senso letterale.

(Oggi è il loro quarantatreesimo anniversario di matrimonio. O della sparizione di Colombina. Auguri!)